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Sangue nudo. Il cinema terminale di Hisayasu Sato

Sangue Nudo. Il cinema terminale di Hisayasu Sato

Sangue nudo. Il cinema terminale di Hisayasu Sato, Libellula, 2013

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Hisayasu Sato è, al di là di ogni ragionevole dubbio, uno dei cineasti più radicali della scena contemporanea. Il meno risolto, il più malato. Sin dai suoi esordi negli anni ottanta ha esplorato le proprie visioni e ossessioni coniugando nella sua opera la sottocultura porno all’avanguardia. I suoi lavori (50 film in meno di dieci anni) affrontano i temi del vuoto e dell’alienazione sociale attraverso la violenza e il fanatismo: un panorama delirante di maniaci stupratori che vivono in oscuri seminterrati o in cisterne vuote, di scolarette paranoiche separate dal mondo reale, di burattini animati dal desiderio folle di una cieca tecnologia. In una cornice di estremo concettualismo, Hisayasu Sato descrive uno scenario terminale: feticismo, perversione, nevrosi, omosessualità, voyeurismo, suicidio. Ma il lavoro del cineasta giapponese pone soprattutto le questioni radicali del senso della riduzione letterale delle immagini e dei limiti della rappresentazione, annunciando in qualche modo la morte del cinema e la sua frenetica decomposizione attraverso un processo di metaforizzazione per eccesso di realtà. Il senso del suo lavoro è affidato alle parole dello stesso regista: “Voglio fare un film che faccia impazzire gli spettatori, che li spinga a commettere un omicidio”.


 

 

 

 


Ultimo aggiornamento (Martedì 15 Aprile 2014 16:35)